G. Zappitello, Antologia filosofica, G. D'Anna. Quaderno terzo/3,
I critici del razionalismo. Capitolo Cinque, Leopardi: l'Essere,
il nulla e l'illusione. La filosofia del risorgimento  .
l4) Leopardi. Sul suicidio.
Leopardi distingue fra le motivazioni del suicidio per gli antichi
e quelle per i moderni: i primi si uccidevano per eroismo per
illusioni per passioni violente; i secondi si uccidono perch
stanchi e disperati di questa esistenza. La disperazione dei
moderni  la conseguenza della rivelazione della verit da parte
della filosofia e della scienza (Non  pi possibile l'ingannarci
o il dissimulare). Quindi il suicidio non pu essere considerato
pazzia, ma la conseguenza logica di una fredda analisi razionale:
se dovessimo seguire soltanto la ragione nulla ci tratterrebbe dal
suicidio. E pure il suicidio  la cosa pi mostruosa in natura.
La Natura, infatti, totalmente indifferente alla felicit e al
dolore degli uomini, ha fatto all'uomo - sicuramente per caso - un
dono: il pensiero e l'immaginazione, e quindi la nostra capacit
di produrre illusioni (vedi lettura 15); e ha offerto cos la via
per evitare il suicidio (e il dolore). Se la natura dell'uomo
fosse soltanto razionalit il suicidio sarebbe naturale; ma poich
la natura dell'uomo non  soltanto razionalit il suicidio 
mostruoso.
E' evidente che la posizione di Leopardi sul suicidio  opposta a
quella di Schopenhauer (vedi capitolo Quattro, lettura 18).

a) Il suicidio  la cosa pi mostruosa in natura (G. Leopardi,
Frammento sul suicidio, l820) (vedi manuale pagina l52).
Che vale il dire che l'uomo  cambiato? Se anche la natura
invecchiasse o potesse mai cambiarsi ec. Ma poich ec. e la
felicit che la natura ci ha destinata, e le vie d'ottenerla sono
sempre immutabili e sole, a che fine ci condurr l'averle
abbandonate? Che cosa dimostrano tante morti volontarie ec. se non
che gli uomini sono stanchi e disperati di questa esistenza?
Anticamente gli uomini si uccidevano per eroismo per illusioni per
passioni violente ec. e le morti loro erano illustri. ec. Ma ora
che l'eroismo e le illusioni sono sparite, e le passioni cos
indebolite, che vuol dire che il numero dei suicidi  tanto
maggiore, e non solamente nelle persone illustri per grandi
sventure come una volta, e nutrite di grandi immaginazioni, ma in
ogni classe, tanto che queste morti neanche sono pi illustri? Che
vuol dire che l'Inghilterra n' stata sempre pi feconda che le
altre parti? Vuol dire che in Inghilterra si medita pi che
altrove, e dovunque si medita, senza immaginazione ed entusiasmo,
si detesta la vita; vuol dire che la cognizione delle cose conduce
il desiderio della morte ec. Ed ora si vedono morti volontarie
fatte con tutta freddezza. E infatti se togliamo il timore o la
speranza del futuro, non  cos meschino calcolatore che
ragguagliando le partite di una vita nulla e morta e piena di
dolore e di noia certa e inevitabile ec. ec. ec.
E pure il suicidio  la cosa pi mostruosa in natura ec. ec.
Non  pi possibile l'ingannarci o il dissimulare. La filosofia ci
ha fatto conoscer tanto che quella dimenticanza di noi stessi
ch'era facile una volta, ora  impossibile. O la immaginazione
torner in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza
in una vita energica e mobile, e la vita torner ad esser cosa
viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose
torneranno a parere una sostanza, e la religione riacquister il
suo credito; o questo mondo diverr un serraglio di disperati, e
forse anche un deserto. So che questi parranno sogni e follie,
come so ancora che chiunque trent'anni addietro avesse prenunziata
questa immensa rivoluzione di cose e di opinioni della quale siamo
stati e siamo spettatori e parte, non avrebbe trovato chi si
degnasse di mettere in beffa il suo vaticinio ec. In somma il
continuare in questa vita della quale abbiamo conosciuto
l'infelicit e il nulla, senza distrazioni vive, e senza quelle
illusioni su cui la natura ha stabilita la nostra vita, non 
possibile.
Tuttavia la politica segue ad esser quasi puramente matematica, in
cambio d'esser filosofica, quasi che sconvenisse alla filosofia
dopo aver distrutto ogni cosa l'adoprarsi a riedificare (quando
anzi questo dev'essere il suo vero oggetto presentemente, al
contrario de' tempi d'ignoranza), e ch'ella non dovesse mai fare
un gran bene agli uomini, perch fin qui non ha fatto loro altro
che beni piccoli e mali sommi.
Oggetto primitivo della natura nel variare le cose: la distrazione
dell'uomo, e il non farlo fermare a lungo in nessun oggetto
neanche nel piacere il quale dopo lungo desiderio allora ch'
conseguito ci diventa arena tra le mani, e come quegli Ebrei che
dicevano haec est illa Noemis? cos noi sempre e inevitabilmente
diciamo allora questo  quel gran piacere? Tutto il piano della
natura intorno alla vita umana si aggira sopra la gran legge di
distrazione, illusione e dimenticanza. Quanto pi questa legge 
svigorita tanto pi il mondo va in perdizione.
Pochissimi convengono che le cose antiche fossero veramente pi
felici delle moderne, e questi pochissimi le riguardano come cose
alle quali non si dee pi pensare perch le circostanze sono
cambiate. Ma la natura non  cambiata e un'altra felicit non si
trova, e la filosofia moderna non si dee vantare di nulla se non 
capace di ridurci a uno stato nel quale possiamo esser felici. O
sieno cose antiche o non antiche, il fatto sta che quelle
convenivano all'uomo e queste no, e che allora si viveva anche
morendo, e ora si muore vivendo, e che non ci sono altri mezzi che
quegli antichi per tornare ad amare e a sentir la vita.
 (G. Leopardi, La strage delle illusioni, a cura di M. A. Rigoni,
Adelphi, Milano, l993 2, pagine 5l-54).

b) Il suicidio non  follia (Zibaldone, l83, l820).
La speranza non abbandona mai l'uomo in quanto alla natura. Bens
in quanto alla ragione. Perci parlano stoltamente quelli che
dicono (gli autori della Morale universelle, t. terzo) che il
suicidio non possa seguire senza una specie di pazzia, essendo
impossibile senza questa il rinunziare alla speranza ec. Anzi
tolti i sentimenti religiosi,  una felice e naturale, ma vera e
continua pazzia, il seguitar sempre a sperare, e a vivere, ed 
contrarissimo alla ragione, la quale ci mostra troppo chiaro che
non v' speranza nessuna per noi. (23 Luglio l820).
 (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura di G. Pacella,
Garzanti, Milano, l99l, volume I, pagina l78).
